Mentre i motori di ricerca impazziscono tra chi cerca le recensioni più cattive de “Il Diavolo Veste Prada 2” o cerca disperatamente dove vederlo in streaming, io mi sono seduta in sala con una consapevolezza: non sono mai stata una fanatica dell’alta moda. Eppure, questo sequel mi ha colpita dritta allo stomaco.
Sono del 1995. Quando il primo film uscì avevo solo 11 anni, ma tutti sanno che quell’opera è diventata talmente iconica da spingere Hollywood a realizzarne un seguito vent’anni dopo. Nonostante il titolo altisonante, per me quel primo capitolo non ha mai rappresentato la mera celebrazione del lusso o del privilegio. Da outsider del fashion system, l’ho sempre amato per i temi che portava avanti, a volte sottotraccia: l’alta moda come forma d’arte, estro e creatività. Un mondo che dava lavoro a tantissimi e permetteva a chi partiva da zero di realizzare i propri sogni.
Ma quali sogni, esattamente? Per me il messaggio non è mai stato “successo uguale soldi”, ma la fame di riconoscimento. Il voler vedere il proprio lavoro apprezzato. I riflettori, in fondo, non facevano altro che amplificare tutto questo.
Oggi, a 31 anni, nel 2026, ho guardato Il Diavolo Veste Prada 2 e ho capito che la prospettiva è cambiata inevitabilmente.


Il Diavolo veste Prada 2 racconta la crisi dell’editoria
Questo seconco capitllo ci sbatte in faccia come i tempi moderni abbiano spazzato via – più o meno silenziosamente – tutto ciò che c’era di iconico in quel mondo.
Le riviste cartacee patinate? Sparite. I servizi fotografici in location da sogno? Un ricordo. I budget sono ridotti all’osso, il personale è tagliato. Gli articoli di approfondimento, quelli socialmente impegnati per cui la protagonista lottava? Zero engagement sui social media.
Come dice amaramente Nigel nel film, oggi l’enorme lavoro di una redazione è ridotto a contenuti che “le persone scrollano distrattamente mentre fanno la pipì”.
Assistiamo al cambiamento spietato dell’informazione: un articolo complesso viene mutilato in un riassunto per una caption di Instagram, accompagnato da una grafica accattivante per il feed. E la cosa più sconcertante è che tutti si sono dovuti piegare a questa logica. Non c’è modo di resistere.
Persino Andy, ormai premiata giornalista impegnata in cause politiche per il Vanguard, riesce a entrare nella vera cerchia delle persone di successo solo dopo aver ottenuto un’intervista esclusiva, acchiappa-clic, con una figura lontana dai riflettori.
Il messaggio di questa nuova pellicola è tanto chiaro quanto feroce: oggi i riflettori si puntano su di te solo se possiedi qualcosa che gli altri vogliono ma non hanno. E solo se possono brillare, per un attimo, della tua luce riflessa.

Dal big city dream alla disillusione Millennial
Vedere questa evoluzione da adulta cambia tutto. Se a sedici anni sognavo di essere bella e magra come la Andy post-trasformazione (in un’epoca tossica in cui una taglia 42 veniva spaventosamente etichettata come “grassa”), oggi le cose stanno diversamente.
A sedici anni sognavo di attraversare le strade di New York, in mezzo alla folla, pur sentendomi sola tornando a casa da un ragazzo che non capiva le mie ambizioni (perché ammettiamolo: il vero villain del primo film non è mai stata Miranda Priestly, ma l’ex fidanzato di Andy, Nate).
Oggi, guardando le inquadrature moderne fatte col drone di questo sequel, ho pensato che se non fosse per gli attori iconici che reggono la scena, questa sarebbe l’ennesima pellicola che cerca di ricalcare i fasti del passato. Oggi non ci stupiamo più. Siamo talmente sovraesposti a tutto — dai trend su TikTok ai drammi dei brand — da reputare ogni cosa già vista.
Il gap generazionale: Miranda e la nuova era digitale
Eppure, il film cerca di fare qualcosa di coraggioso: far emergere il lato profondamente umano e smarrito dei protagonisti che si scontrano con questa nuova era digitale.
Miranda Priestly, un tempo divinità onnisciente, arranca. Non capisce la differenza tra body positive e body negative, ma soprattutto fatica a comprendere perché, in un momento di crisi reputazionale per il brand, riavere accanto una figura strutturata e pensante come Andy sia questione di vita o di morte.
Dopo essere uscita dal cinema, mi è rimasta addosso la tipica nostalgia dei Millennial. Noi, che abbiamo vissuto a cavallo tra due mondi. Noi, che abbiamo desiderato quel Big City Dream convinti che il talento, il successo e i riflettori fossero la naturale conseguenza del duro lavoro, in qualsiasi campo.
Oggi penso che ciò che è diventato iconico dovrebbe rimanere tale. Non per essere spremuto, riproposto o replicato in un sequel, ma per essere guardato come uno spunto di riflessione. Per ricordare chi eravamo e, forse, per non ripetere gli stessi errori.
E voi l’avete già visto? Siete andati al cinema o aspettate di trovarlo sulle piattaforme di streaming?
→ Se è la prima volta che passate dal mio blog, benvenuti: di solito questo è uno spazio dove recensisco libri e parlo delle mie letture, ma di fronte all’uscita di un film che ha segnato un’epoca non potevo proprio trattenermi dal condividere questi pensieri!
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FAQ
Il Diavolo veste Prada 2 è arrivato nei cinema italiani il 29 aprile 2026, riportando sul grande schermo Miranda Priestly, Andy Sachs, Emily Charlton e Nigel quasi vent’anni dopo il primo film.
Sì. Dopo anni di speculazioni, Disney e 20th Century Studios hanno realizzato un sequel ufficiale con il ritorno del cast storico: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci.
Il sequel racconta il declino dell’editoria tradizionale e il cambiamento del mondo della moda nell’era digitale. Miranda Priestly deve affrontare la crisi della carta stampata, il peso della reputazione online e un sistema dominato da social media, investitori e nuove dinamiche di potere.
Il primo film del 2006 era tratto dal romanzo The Devil Wears Prada di Lauren Weisberger, ispirato in parte alla sua esperienza nel mondo editoriale e della moda. Il sequel cinematografico, invece, prende una direzione più originale e contemporanea.
Nel cast tornano Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci. Tra i nuovi ingressi ci sono anche Kenneth Branagh, Lucy Liu e Simone Ashley.
Per molti Millennials, il primo film non rappresentava solo la moda o il lusso, ma il mito dei big city dreams: New York, il successo, il lavoro creativo, il desiderio di essere riconosciuti e la convinzione che ambizione e sacrificio avrebbero portato automaticamente alla realizzazione personale.
Solo in parte. Più che un film solo sulla moda, il sequel parla della crisi dell’editoria, dell’evoluzione dell’informazione nell’era dei social media e della difficoltà di adattarsi a un mondo in cui tutto viene trasformato in contenuto veloce e immediato.
Dipende da cosa cercate. Se volete rivivere l’estetica e il fascino del primo film, il sequel punta molto sulla nostalgia. Ma il suo aspetto più interessante è probabilmente il modo in cui racconta il crollo di un immaginario: quello delle riviste patinate, dei lavori creativi idealizzati e dei big city dreams con cui è cresciuta una generazione.







